Siete mai stati a Bruxelles?

Immaginavo una città per burocrati e uomini d’affari.

Invece no. Piena di giovani seduti ai tavolini dei bar e dei bistrot, multiculturale e tollerante come non lo sono né Londra né Parigi. Non ho incrociato sguardi di disapprovazione attraversando col rosso o parlando il mio francese meno che rudimentale, non mi sono sentito di troppo, non mi sono sentito straniero.

Non mi credete? Provate!

On Pain and Sorrow

Then a woman said, Speak to us of Joy and Sorrow.
     And he answered:
     Your joy is your sorrow unmasked.
     And the selfsame well from which your laughter rises was oftentimes filled with your tears.
     And how else can it be?
     The deeper that sorrow carves into your being, the more joy you can contain.
     Is not the cup that holds your wine the very cup that was burned in the potter’s oven?
     And is not the lute that soothes your spirit, the very wood that was hollowed with knives?
     When you are joyous, look deep into your heart and you shall find it is only that which has given you sorrow that is giving you joy.
     When you are sorrowful look again in your heart, and you shall see that in truth you are weeping for that which has been your delight.
    
     Some of you say, “Joy is greater than sorrow,” and others say, “Nay, sorrow is the greater.”
     But I say unto you, they are inseparable.
     Together they come, and when one sits alone with you at your board, remember that the other is asleep upon your bed.

     Verily you are suspended like scales between your sorrow and your joy.
     Only when you are empty are you at standstill and balanced.
     When the treasure-keeper lifts you to weigh his gold and his silver, needs must your joy or your sorrow rise or fall.

From The Prophet by Kahil Gibran

Avere un’immagine

Per essere un blog in bianco avrei dovuto astenermi dal macchiarlo con queste righe, ma visto che ormai ho iniziato, tanto vale continuare.

Pensavo a come, per essere visibili, sulla rete e sul palcoscenico del mondo, sia importante avere una immagine. Quella di questo blog è un tunnel, una immagine inquietante per chi si ritrovi a fissarla, ma che sembra fatta per passare inosservata. Cambiarla con qualcosa di più attraente? Dovrei decidere di uscire dal tunnel, tornare all’aria aperta e vedere se ancora mi riconosco. In altri termini, chi sono, e che immagine vorrei dare di me? Mi accorgo di non avere risposte.

Emily Dickinson e la rabbia di Raffaele

C’è una deliziosa poesia di Emily Dickinson sulla volgarità ed il peso dell’essere “Qualcuno” in cui confessa in modo disarmante il suo essere “Nessuno” cercando complicità in noi, lettori sconosciuti.

I’m Nobody! Who are you?
Are you  Nobody  Too?
Then there’s a pair of us!
Don’t tell! they’d advertise  you know!

How dreary  to be  Somebody!
How public  like a Frog 
To tell one’s name — the livelong June
To an admiring Bog!

—ooOoo—

Io non sono Nessuno! Tu chi sei?

Non sei Nessuno anche tu?
Allora siamo in due!
Non dirlo in giro! Potrebbero spargere la voce! Sai com’è…

Che triste essere Qualcuno!
Così volgare — come una rana —
che gracida il suo nome — per un giugno che dura tutta la vita —

ad un pantano che la ammira!

L’ho proposta in una classe di studenti. Alcuni sono rimasti silenziosamente ammirati. Altri, in particolare Raffaele,  si sono scagliati con furore iconoclasta contro le sue parole. L’hanno linciata come una psicopatica incapace di vivere ed “affrontare” la realtà, chiusa in casa a difendersi da un mondo che la spaventava, lugubre figura segretamente convinta di essere “Qualcuno”, senza avere il coraggio di affermarlo.

La delicatezza dei suoi sentimenti ha suscitato la rabbia di un contemporaneo. Ora capisco il suo amore – e quello di molti giovani come lui – per i rapper newyorkesi cocainomani e violenti. Il traid’union è la rabbia. Un sottofondo di rabbia contro tutto e tutti, in particolare contro la bellezza. Una vera bestemmia in quest’aria satura di volgarità.

 

La sua reazione conferma la potenza delle parole di Emily.

Scrivere.

Avendo violato il bianco-latteo di queste pagine, nulla osta che io insista e infierisca.

Scrivere. Si può scrivere di qualunque cosa. Quanti libri ho letto nella mia vita? Mille? Duemila? Quanti ne ho in casa e perché li conservo? Sono sicuro che anche voi, a volte, vi fate la stessa domanda.

Ma invece di un libro ho fra le mani le alici, 300 grammi, da deliscare, pulire, infarinare e friggere.

Nel mettere le dita nelle loro piccole pance, nel privarle delle viscere e della testa, mi rendo conto che quelle forme sguscianti e maleodoranti sono state vive. Vita che si prolunga nella mia vita attraverso i gesti che mi portano a nutrirmene.  Questa potrebbe essere una percezione mistica dell’unità che mi lega a tutte le creature della terra, sia pure attraverso l’atto, poco gentile, del fagocitarle.

La difficoltà con cui digerisco le alici mi ricorda che nei libri che ho letto non ho compreso un corso di cucina.

 

Avere un blog in bianco

Andare in bianco è stata sempre una mia specialità e non ho avuto, come Woody Allen, la possibilità di compensarlo con la notorietà e una geniale produzione cinematografica che lo ha portato a potersi cuccare anche la giovane figlia (adottiva).

E così questo blog è uno specchio fedele, per ora, della mia vita inconcludente e delle lunghe pause di silenzio…direi anzi: di come un lungo silenzio sia stato solo a tratti interrotto dai messaggi in bottiglia che, ogni tanto, lancio nell’etere e nella vita, sperando o disperando che qualcuno li raccolga. Dimenticandomene subito dopo.